gioie e dolori di abitare con tre donne. E tentare di scrivere.

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I Sabbiarelli™, attrezzi del demonio

E va bene, dopo questo articolo la Sabbiarelli Inc. mi farà causa e finiremo in povertà. Ma certi disagi vanno espressi, e magari prima di arrivare in fondo con un po’ di faccia tosta riesco pure a girare la frittata.

Allora comincio col dire che i Sabbiarelli™ fanno felici tanti bambini. Specialmente mia figlia Lucia, 5 anni di entusiasmo.

Normalmente i Sabbiarelli™ funzionano così: ci sono queste cartoline adesive che compongono un disegno, tipo mosaico. Poi ti danno queste sabbioline colorate, fini fini fini, tu ne rovesci POCO ALLA VOLTA sulla cartolina et voilà, appare un unicorno o Babbo Natale.

Avete già capito dove vado a parare.

In pratica stare a casa mia è come stare in un bungalow al mare: solo che dovete togliere il sole e il mare. Che rimane? Ve lo dico io.

La sabbia che scricchiola sotto i piedi. Le porte che fanno CHKK quando le apri e CHKK quando le chiudi.

Alcuni tasti sul portatile smettono di funzionare. Voglio scrivere la frase CHE ODIO (tutta maiuscola) e siccome la I e la O stanno vicine e sono incastrate quello che ne esce è CHE D.

La sensazione peggiore? Sdraiarsi sul divano e non capire se è sabbia o sono briciole (altro argomento di cui discuteremo perché c’è tempo, oh se c’è tempo).

E allora scopri di avere un alleato: il mitico Dyson™, che appena arrivato in casa gridavi all’incauto acquisto, alla pubblicità ingannevole, e chissà quanto ci è costato, e ora invece ammetti che è il tuo miglior amico perché ragazzi, va a batteria, tira su tutto e tua moglie è un genio ad averlo comprato. Se non è faccia tosta questa.

Quindi concludendo: Sabbiarelli™ gioco bellissimo, lo consiglio a tutti tranne a mia figlia Lucia che porta sole-cuore-amore™  nella mia vita, ma soprattutto sabbia.

Scrivete pure nei commenti se pensate che abbia scongiurato in modo fine ed elegante il rischio di una causa legale.

Vacanze (?) sulla neve: quando do il peggio

Prendiamo la funivia per tornare a valle e capisco di avere esagerato. 

Le cose stanno così: i Lauro vanno in Trentino per assaporare la magia dello sci. Solo che l’esperienza non può limitarsi a essere magica. Magari, direbbe mia moglie.

E qui entro in gioco io: la magia sottintende ALTA EFFICIENZA.

Io non so cos’è che mi scatta dentro. Sarà la quantità di attrezzatura tecnica. Saranno gli orari e la calca da alta stagione. Ma succede che alle 7:30 (massimo) di un giorno di vacanza tiro giù dal letto le tre donne e comincio con le frasi motivazionali.

«Alle otto e mezzo aprono gli impianti e noi saremo là.» «Figlia, questi sono il tuo casco e i tuoi guanti, servono a salvarti la vita perciò abbine cura.»

L’inferno in Terra.

Mi sono fatto delle domande, perché non può essere tutta farina del mio sacco. Io credo c’entri con l’essere nato bresciano. Abitiamo le Prealpi, NON le Alpi.

Da noi le montagne si vedono tutto il giorno, ci convinciamo che son lì a un tiro di schioppo, ma in realtà ci si mette almeno un’ora. Ci sentiamo i depositari di un’antica tradizione di sciatori. Pure io ne sento il fardello, e poi scopro che mio padre ha iniziato a diciotto anni e i nonni nemmeno sapevano cosa fosse lo skilift.

Ed eccomi a trascinare moglie e figlie alle 8:30.

«Saliamo ora, c’è la neve migliore.»

«Ma c’è buio.»

«Deve esserci buio.»

Bresciano che leggi, sai di che parlo.

Le reazioni delle figlie vanno da “tu vuoi rovinarmi la giornata” (quella di sette anni) a “tu non sei il capo” (quella di cinque). Mia moglie tace e aspetta.

Dopo due ore di efficientissime piste, perché poi la neve diventa brutta e la lasciamo ai VERI turisti (“che-ne-capiscono-loro”), è ora di prendere gli impianti di discesa.

Ed è in funivia che arriva il senso di colpa. Quando mi chiedo che vita è questa e perché l’ho fatto di nuovo. Domani sto calmo, giuro. Francesca aspetta questo momento.

Ma la mia faccia mogia suscita compassione nella figlia maggiore. «Mi piace sciare, papà.»

E mentre mia moglie impreca a denti stretti, capisco che non tutto è perduto. Allora c’è speranza, bisogna insistere. Magari un po’ meno.

Perché la montagna, per noi bresciani, è un orgoglio millenario e imprescindibile.

Come Andrea salvò il (proprio) Natale

Sottotitolo: immagini trash e dove trovarle

La regola non scritta è che al maschio di casa non è permesso decidere in merito all’albero di Natale. Sorprendente, vero? Chi l’avrebbe mai detto.

Giusto per capirci, il mio ruolo si limita a: 1) decidere da quale vite iniziare a fissare la base 2) disporre le lampadine.

Ma anche ‘sta storia delle lampadine finirà prima o poi, le bambine si fanno sempre più esperte e verrò esautorato. Mi rimarrà la base con le sue tre viti, tanto quella parte non se la fila nessuno. Tempo di esecuzione: mezzo minuto, cacciavite non richiesto.

E allora la storia è questa: io mi mettevo a far durare sempre di più questo mezzo minuto. E intanto guardavo Johnny, il nostro albero di Natale, ancora a pezzi nella scatola. E lui ricambiava, “grazie Andrea, va’ come sei bravo, sono orgoglioso di te”.

E così questa complicità è andata crescendo.. Io giravo le viti, lui mi guardava dalla sua scatola sempre più ammuffita.

Finché un bel giorno come tanti, all’avvicinarsi di quello che dovrebbe essere un periodo felice, mia moglie pronuncia QUELLA frase. «Quest’anno cambiamo albero.»

Così, senza appello.

Ne sarebbe arrivato uno nuovo, più alto e meno striminzito, e Johnny sarebbe finito in discarica. A pezzi, nemmeno ricomposto prima dell’addio.

Era tempo di farsi sentire, ristabilire se non la maschia autorità, almeno un principio di timida democrazia.

***

Ora Johnny ha una nuova casa. L’ho piazzato nel giroscala appena fuori dal mio ufficio. Ogni Natale lo addobbo da cima a fondo, anzi ringrazio la geometra del piano di sopra che ci ha recuperato una punta nuova di zecca.

Johnny e io ci guardiamo orgogliosi. L’abbiamo scampata per un pelo.

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