Prendiamo la funivia per tornare a valle e capisco di avere esagerato. 

Le cose stanno così: i Lauro vanno in Trentino per assaporare la magia dello sci. Solo che l’esperienza non può limitarsi a essere magica. Magari, direbbe mia moglie.

E qui entro in gioco io: la magia sottintende ALTA EFFICIENZA.

Io non so cos’è che mi scatta dentro. Sarà la quantità di attrezzatura tecnica. Saranno gli orari e la calca da alta stagione. Ma succede che alle 7:30 (massimo) di un giorno di vacanza tiro giù dal letto le tre donne e comincio con le frasi motivazionali.

«Alle otto e mezzo aprono gli impianti e noi saremo là.» «Figlia, questi sono il tuo casco e i tuoi guanti, servono a salvarti la vita perciò abbine cura.»

L’inferno in Terra.

Mi sono fatto delle domande, perché non può essere tutta farina del mio sacco. Io credo c’entri con l’essere nato bresciano. Abitiamo le Prealpi, NON le Alpi.

Da noi le montagne si vedono tutto il giorno, ci convinciamo che son lì a un tiro di schioppo, ma in realtà ci si mette almeno un’ora. Ci sentiamo i depositari di un’antica tradizione di sciatori. Pure io ne sento il fardello, e poi scopro che mio padre ha iniziato a diciotto anni e i nonni nemmeno sapevano cosa fosse lo skilift.

Ed eccomi a trascinare moglie e figlie alle 8:30.

«Saliamo ora, c’è la neve migliore.»

«Ma c’è buio.»

«Deve esserci buio.»

Bresciano che leggi, sai di che parlo.

Le reazioni delle figlie vanno da “tu vuoi rovinarmi la giornata” (quella di sette anni) a “tu non sei il capo” (quella di cinque). Mia moglie tace e aspetta.

Dopo due ore di efficientissime piste, perché poi la neve diventa brutta e la lasciamo ai VERI turisti (“che-ne-capiscono-loro”), è ora di prendere gli impianti di discesa.

Ed è in funivia che arriva il senso di colpa. Quando mi chiedo che vita è questa e perché l’ho fatto di nuovo. Domani sto calmo, giuro. Francesca aspetta questo momento.

Ma la mia faccia mogia suscita compassione nella figlia maggiore. «Mi piace sciare, papà.»

E mentre mia moglie impreca a denti stretti, capisco che non tutto è perduto. Allora c’è speranza, bisogna insistere. Magari un po’ meno.

Perché la montagna, per noi bresciani, è un orgoglio millenario e imprescindibile.