Quando il nostro salotto diventa una favela

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Quando i bambini giocano lasciano libera l’immaginazione, è una cosa sana. Ciò non toglie però che io possa farmi comunque delle domande.

La Cate e la Luci hanno preso in custodia il cugino Pepo per la serata. Ovviamente dove vanno a giocare? Tenete conto che avrebbero non una, ma due camere piene straripanti di giochi che non so più dove mettere.

Quindi dove vanno? Esatto, nel salotto appena riordinato.

Così possono smontare il divano, spostare tutte le sedie, e costruire tra la porta d’ingresso e l’angolo televisione un’opera monumentale, che fai fatica a passarci.

«Sì però poi mettete a posto» faccio io col ditino alzato, come mille altre volte, che poi in realtà nemmeno più ci credo, anzi non mi sopporto da solo.

«Servono più cuscini» fa la Luci.

«Ehi, dico a voi, signorine» (altra frase da antologia).

«Buttate su altre coperte» fa la Cate e gli altri due eseguono.

«Ma non potete andare di là a giocare?»

«No, ci serve qua. Stiamo giocando ai poveri.»

«A cos’è che state giocando?!»

«Ai poveri, papà.»

«In che senso?»

E visto che loro non mi rispondono provo io facendo delle CONSIDERAZIONI:

A. Pepo Cate e Luci sono particolarmente empatici, simulano condizioni di estrema indigenza e pongono le basi per un futuro migliore. Il sistema welfare che tutti sogniamo;

B. Pepo Cate e Luci sono tremendamente borghesi e affrontano la povertà con sufficienza e distacco. In tal caso farò veder loro l’estratto conto, così magari ridono un po’ meno;

C. li lascio fare senza pormi ulteriori domande. Li fermerò solo quando li vedrò bruciare i cartoni della pizza per scaldarsi


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