«Papà, vuoi più bene al cellulare e al computer che a noi.» La figlia più grande ha uno sguardo che non ammette repliche.

E l’ha detta, quella frase orribile. Eccome se l’ha detta. Che quando la senti in bocca a un altro bambino pensi: ah! Genitori inutili. Ma sotto sotto sai che l’hai sfangata. Be’, il genitore inutile sei tu, beccati questo.

Sta lì a braccia incrociate. E che le rispondi, provi a negare? A dirle, guarda che li uso poco? Caput, Andrea. Sei finito.

«OK, allora facciamo così.» Vado verso la scarpiera all’ingresso, le mostro il maledetto cellulare. Mia figlia non si perde un movimento. «Vedi? Lo poggio qui. Ogni volta che entro in casa, lo metterò qui, lo userò solo per rispondere alle chiamate.» Cioè mai. Ammettilo.

Aggrotta la fronte, studia dov’è la fregatura. «E ci metti anche il computer.»

Eccola lì, lo sapevo. «Amore mio. Il computer mi serve per scrivere. Per scrivere i racconti.»

Si guarda intorno, ci sta pensando.

Dai, fammi ‘sta grazia. «Lo uso quando voi bimbe dormite.»

«Okkei.»

Cos’ho dimenticato? Alzo il dito. «E mentre guardate i cartoni!»

La clausola che mi salva in corner. Incrocia le braccia, annuisce. Uff, è andata.

È passata un’altra settimana. Il cellulare è là, sulla scarpiera. Per ora ce la faccio, ci si abitua in fretta. Intendiamoci, ormai sono un sorvegliato speciale.

Stiamo a vedere.