Le mie figlie cresceranno. Se non ho fatto un pessimo lavoro, saranno pure due buone lettrici. Nel migliore dei casi, ma qui rischio di rovesciare su di loro troppe aspettative, ameranno leggere più di qualsiasi altra cosa. Scene da: «Venite a tavola!» / «Non posso, prima finisco il capitolo.»

E per la commozione mi piscerò addosso. Ecco, sto volando alto di nuovo.

Ridimensiono: le mie figlie un giorno potrebbero scoprire i piaceri della lettura. E allora, magari, prenderanno in mano i miei scritti, uno dei venticinque romanzi che conto di pubblicare da qui ai prossimi dieci anni (partono le scommesse).

Bene, arriviamo al dunque: se così fosse, leggeranno un sacco di parolacce. Una caterva, proprio.

Tutte quelle che ho sempre detto loro di non dire. E leggeranno di gente che fa sesso, gente che si droga, le peggio cose insomma. 

E qui la domanda: cosa penso di fare al riguardo? Ho un piano eccezionale. O meglio, un paio di risposte a prova di bomba che metterò in pratica al bisogno.

Risposta #1: Vedi, tesoro, quello in copertina non sono io. Hanno messo il nome e la foto, ma faccio il prestanome. Mi pagano per fare nulla. E grazie ai proventi di questa manovra, riuscirò a pagare l’università almeno a te. A tua sorella, vedremo.

Risposta #2: Vedi, tesoro, quello in copertina sono io, ma l’impaginatore ha commesso un pasticcio. Ha mischiato brani di Chuck Palahniuk ai miei. Tra l’altro Palahniuk se n’è accorto e mi ha fatto causa: per colpa sua, non potrò pagare l’università a tua sorella.

Insomma, la prima che arriva prende tutto. E distolgo l’attenzione dal vero problema.

Sono in una botte di ferro.