(Sottotitolo: dignità, nun me lassà)

«Papà, me lo tieni?» La piccola arriva dallo scivolo, si è stufata di indossare [capo di vestiario].

Quando scrivo “capo di vestiario”, immaginatevi una sciarpa, un berretto, dei guanti anche spaiati (ne abbiamo tutti in casa). Possibilmente un capo di lana e peloso, che se provi a infilarlo in tasca ci entra solo la prima metà. La seconda, chissà come, aumenta pure di volume.

Ho passato gli inverni nel tentativo inutile di cacciarlo nel cappotto. Cerchi pure di arrivare a nuove consapevolezze filo-buddhiste, come in Matrix. Ti ripeti che “il [capo di vestiario] non esiste”. Tutte balle.

Va da sé, [capo di vestiario] è pure di colori sgargianti. Non puoi “dimenticarlo” su una panchina, al parco c’è sempre il buon samaritano di turno che lo nota e ti corre dietro.

«Scusi, le è caduto questo.»

«Oh grazie, ma guarda un po’.» Lo reciti a denti stretti, e ti senti pure in colpa per aver tentato.

Comunque non ci sono mai riuscito. Una volta ho perso un guanto con su il faccione di Topolino, ma va detto che: 1) in quel caso si  trattava di vera disattenzione e 2) il guanto rimanente è andato a far coppia con uno a righine arrivato dritto dagli anni ottanta. In pratica ho fatto del bene.

Ma c’è dell’altro. Tutto questo succedeva all’inizio: qualcosa con gli anni è cambiato.

Prima ti arrendi al fatto che [capo di vestiario] non può entrare nella tasca del cappotto. Ed è già un passo verso la vera illuminazione. Poi ti dici beh, lo indosso così almeno ho le mani libere. Se la gente mi vede in giro con queste due cucciole d’orso, capirà l’antifona.

E a un certo punto, come nelle migliori storie romantiche, ti rendi conto che [capo di vestiario] TI PIACE. Quel colorino sgargiante, quel pelo ghiribizzoso.

E come in Matrix, scopri che non è [capo di vestiario] a piegarsi, ma sei tu stesso.